Yoga, obiettivi e presenza

Yoga, obiettivi e presenza

 

infinito

Lo Yoga è infinito.
Deve esserlo per forza, avesse una fine ci sarebbe allora un qualcosa da raggiungere, una mèta, un arrivo, un momento in cui possiamo dire “Ecco, sono arrivato”.
Esisterebbe uno scopo ultimo, un “gran finale” a cui aspirare per tutto il corso della nostra vita, qualcosa che “noi” possiamo conquistare, qualcosa che la nostra “persona” può davvero realizzare.
Fosse così esisterebbe il senso di incompiutezza, la frustrazione di non riuscire a far questo o quello. Come possiamo sentirci frustrati per non ottenere questo o quello a livello materiale, la casa dei nostri sogni o il lavoro ideale, così lo stesso meccanismo verrebbe riproposto pari pari a livello spirituale.
Possibile?
L’altro giorno leggo una frase:” Maybe not in this life”
Quanta libertà nel dirsi così! Magari non in questa vita. Magari non raggiungerò quell’asana o chissà quale realizzazione spirituale in questa vita, si accetta la cosa, e fine.
In molti dicono: Pratica! Realizzati! Illuminati! Studia! Fai! Non hai tempo. Chi ha tempo non aspetti tempo. Fai oggi quello che potresti fare domani! Fai! Fai! Pratica oggi! La vita è breve.
La vita è breve.
La vita è breve?
Sicuramente se continuo a fare senza averla gustata vola in un lampo.
Eh, certo. Facessi così vuol dire che sono sempre da un’altra parte con la testa.
Sempre nel dopo, sempre nel dover fare qualcosa per…
Devo praticare per…
Devo realizzarmi…
Non ho tempo…
Non ho tempo?
Davvero non ne ho?
Non ho tempo da perdere inseguendo l’idea della realizzazione.
Non ho certamente tempo da perdere inseguendo l’idea dell’illuminazione.
Allora, quando butto via questa idea, per quanto grandiosa sembri, per quanto amaro in bocca resti, per quanto in antitesi sembri questo gesto con tutto quello che viene insegnato…
Ecco, quando butto via questa idea la mente rimane con un’idea in meno, meno aspettative, ansie, meno cose da dover fare e più SPAZIO.
Spazio per accorgermi del Qui ed Ora.
Di cosa sto facendo.
Maybe not in this life.
Fa lo stesso se non mi illuminerò, fa lo stesso se non realizzerò nulla.
Fa lo stesso.
Maybe not in this life.
Poi, la pace.
La tranquillità di poterci mettere degli anni.
La tranquillità di avere tempo.
Ma non il tempo di fare qualcosa PER raggiungere un obiettivo, ma il tempo di fare qualcosa per il solo gusto di farlo. Abbiamo ancora del tempo che possiamo usare per gustare i momenti presenti, possiamo stare nel presente, stare nel tempo, stare ora, qui, adesso.
E’ questo il tempo che abbiamo.
E’ questo il tempo che dimentichiamo quando siamo intenti nell’idea di raggiungere qualcosa.
Funziona proprio all’incontrario.
Quando siamo nell’idea di raggiungere qualcosa perché sentiamo di avere poco tempo stiamo perdendo l’opportunità unica di vivere quell’istante. Perdiamo l’attimo, perdiamo il tempo, perdiamo l’adesso.
Se senti questo, tutto si illumina.
Sparisce l’attrito del “devo praticare”.
Ci si approccia allora alla pratica come un regalo, come una coccola che ci si fa, che ci si dona semplicemente perché ne si ha voglia, ne si sente il desiderio, si ha voglia di riconnettersi, ricongiungersi, sentire di nuovo il cuore che si scioglie nel grazie alla vita, nel grazie di questo istante di vita che ci è permesso di vivere.
Praticare diventa riconnessione con il nostro corpo, con il nostro respiro, il nostro battito cardiaco.
Diventa scoperta, curiosità, fanciullezza.
Diventa stare con l’adesso, con quello che c’è e apprezzarlo come fosse un tramonto.
E tutto, come per magia, diventa sacro.

 

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Faccio Yoga perché…

“Lo yoga non fa per me”

“Non riesco a fare queste posizioni”

“E’ troppo difficile”

“Io mi stufo”

“Non capisco il senso”

“Perché fare esercizi di respirazione? Io voglio fare yoga”

“Non riesco a stare a gambe incrociate”

“Ho male, sono scomodo. Non ci sono posizioni più semplici?”

Non è difficile rispondere a queste domande, basta osservare il condizionamento mentale che abbiamo assorbito crescendo.

La nostra società:
  • segue una logica di scopo – tutto quello che facciamo deve avere uno scopo e un obiettivo. Se non è chiaro l’obiettivo perdiamo motivazione nel fare qualsiasi cosa.pagella
  • segue una logica di valutazione/risultato – fin dalla scuola siamo abituati ad applicarci in un campo di apprendimento e ricevere valutazioni, voti, a superare esami ed affrontare colloqui… Ci è stato detto “che bravo che sei” ogni volta che abbiamo conquistato un risultato di qualche tipo, un bel voto in una verifica o il premio in qualche gara. Viceversa abbiamo visto il volto dei nostri genitori scontento di noi ogni volta che alle udienze emergeva una qualche nostra difficoltà scolastica. Siamo talmente abituati a questa logica che costantemente e meccanicamente la nostra mente giudica e valuta il nostro livello di conoscenza o le nostre abilità fisiche e la nostra apparenza e costantemente valuta o giudica pure quelle degli altri. Viviamo nell’autogiudizio e nel giudizio altrui 24/7.
  • segue una logica di produttività – ciò che facciamo deve portare ad un progresso visibile, a miglioramenti concreti, direttamente misurabili e valutabili.
  • segue una logica di immediatezza dei risultati – non siamo più abituati a persistere nei progetti a lungo termine, desideriamo vedere dei risultati immediati. Se il risultato non è istantaneo (o quasi) la motivazione al sacrificio volontario per l’ottenimento di uno scopo viene meno.
  • segue la logica del tempo – tutto è in funzione del tempo. La mente proietta nel futuro le proprie aspettative e i propri progetti, il passato è invece acquisizione di contenuti, di storia, di identità. Viviamo con la mente nel futuro e con la convinzione di essere la nostra storia passata, fatta di conquiste, diplomi, certificati, esperienze. Viviamo relativamente poco nel presente (viviamo poco IL Presente) con la mente che posticipa nel futuro la felicità. “Sarò felice quando… sarò contento quando… potrò riposarmi quando… sarò contento di me stesso quando… sarò soddisfatto quando…” così che la vita “vera“, identificata con la felicità, sembra risiedere sempre nel futuro e mai nell’adesso. Un esempio tra tanti: anche durante una corsa o un giro in bici “sopportiamo” la fatica del correre perché in realtà ci stiamo “allenando” diventando sempre più tonici e in forma, il beneficio è nel futuro. Pochi vivono la corsa “durante” godendo dei propri passi, del proprio respiro e del proprio sudore, molti cercano invece di evadere, di sopportare l’allenamento perché “dopo” starò bene, “dopo aver fatto la doccia starò benissimo ma mi tocca sopportare la corsa” ecco cosa ci diciamo spesso. E così il proliferare di lettori mp3 che aiutano a distaccare la mente dal momento Presente, perché così almeno non si pensa alla corsa, si pensa ad altro altrimenti subentra la noia o la fatica e ci si limita a gustare solo la sensazione del “dopo” la corsa. Vivere la vita in quest’ottica, posticipando sempre il gusto del vivere, è solo una lotta stremante che ci vede intenti a perseguire il sogno di una felicità piena degna delle più mirabili pellicole cinematografiche che però mai giunge.
  • segue la logica della fuga dalla sofferenza e dell’appagamento emotivo – tutto ciò che ci causa sofferenza, fastidio, attrito, insofferenza, tensione… viene identificato in una causa esterna da eliminare o da evitare. Tutto ciò che ci porta lontano dal nostro sogno di felicità irreale diventa ostacolo. Una relazione difficile che causa sofferenza viene spesso troncata, l’assistenza ad un malato viene vissuta come obbligo che ci costringe dove non vogliamo stare. Desideriamo un appagamento emotivo istantaneo che possa placare, anche se per poco o in modo non pieno, la nostra sensazione di incompletezza.

Se un bambino avesse già assorbito prima ancora di nascere questo modo di pensare non imparerebbe mai a camminare.

Dopo la ventesima volta che cadrebbe a terra, tentando in modo rovinoso la posizione eretta, abbandonerebbe sconfitto il suo progetto. La sua incertezza, la difficoltà fisica incontrata, il dolore delle ripetute cadute, i numerosi tentativi falliti, il percorso estremamente lungo e privo di garanzie, l’appagamento emotivo nullo, la grande frustrazione del sentirsi incapace sarebbero elementi che congelerebbero qualsiasi suo slancio di apprendere qualcosa di nuovo.

Mano a mano che cresciamo la paura di non farcela e la difficoltà di vivere la frustrazione di una sconfitta diventano elementi sempre più radicati in noi che ci paralizzano completamente.

Perché abbiamo più paura?

L’Ego diventa sempre più forte?

Abbiamo lentamente e gradualmente identificato “chi siamo” con ciò che “riusciamo a fare” (e quindi anche con ciò che siamo riusciti a fare).

Con questo meccanismo è logico che il non riuscire in qualcosa infligge un colpo durissimo alla nostra identità e per questo lentamente evolviamo il meccanismo di difesa di sottrarci alle sfide, ai momenti in cui ci sentiamo principianti incapaci o poco abili. Non a caso più accumuliamo anni sulle spalle più diventa difficile aprirsi al nuovo, che sia un nuovo lavoro, lo studio di una disciplina o un nuovo sport o passatempo.

Anche chi sembra nella società un “vincitore” bravo in tutto sta in realtà rafforzando il proprio Ego identificandosi nelle sue vittorie e creando un preambolo di una sofferenza ancora più grande davanti ad un’ipotetica (ed inevitabile) sconfitta.

Una persona che si iscrive ad un corso di tango non può pretendere di conoscere i passi e saper già danzare, tuttavia spesso accade che inconsciamente ci si convinca di essere geni incompresi del tango, di aver già il senso del ritmo e dell’estetica del movimento nelle proprie vene, e che con poche lezioni sboccerà il vero maestro del tango che già vive in noi. Se questo non accade allora…evidentemente il tango non fa al caso nostro.

Approcciare lo Yoga cercando di far sbocciare il maestro che già vive in noi per l’ennesima identificazione Egoica è una delle strategie più gettonate.

Le altre strategie implicano sovente quello che uno pensa di ottenere con lo yoga.

  • Faccio yoga perché mi aiuterà a restare calmo.
  • Faccio yoga perché mi aiuterà con la sciatica.
  • Faccio yoga perché mi guarirà dal mal di schiena.
  • Faccio yoga perché mi aiuterà con la gastrite.
  • Faccio yoga perché sono agitato e devo imparare a star calmo
  • Faccio yoga perché porta benessere
  • Faccio yoga perché altrimenti rischio di fare a pugni col mio capo
  • Faccio yoga perché….

Tutti questi “Faccio yoga perché” implicano a rigor di logica di sapere già:

  1. Cos’è lo Yoga
  2. Che ci siano dei benefici e che siano esattamente quelli che ci prefiguriamo
  3. Come reagirà il nostro corpo-mente con la Pratica Yoga

Se crediamo di sapere già cosa sia o non sia lo Yoga e quali benefici ci porterà allora inevitabilmente ci scontreremo con un muro. Criticheremo l’insegnante quando ci proporrà qualche tecnica di meditazione perché noi volevamo fare

“yoga – come ci immaginiamo che sia”

e invece abbiamo fatto una seduta di

“yoga – come in realtà ci è stato proposto e che è stato diverso da quello immaginato”

e non saremo contenti.

Magari ci sono state proposte delle posizioni in cui ci siamo sentiti dei goffi principianti ed è emersa una gran rabbia, o abbiamo pensato al lavoro tutto il tempo e finita la sessione di yoga ci ritroviamo frustrati perché non siamo riusciti a concentrarci, o ci troveremo in lacrime perché sono uscite delle emozioni che avevamo soffocato abilmente dentro i nostri cuori e non saremo contenti, perché non ce lo aspettavamo.

Ciò che mi ha meravigliato di questa disciplina è che tutto quello che credevo dello yoga è stato smantellato lasciando solo uno spazio vuoto. Ogni volta che credevo di aver capito cosa fosse lo yoga mi scontravo sempre con un muro e dovevo rimettere in discussione tutto. Alla fine, stanco di esigere una risposta e mai trovarla, risposta che fungesse poi anche come scopo e motivazione del mio “fare” yoga, ho lasciato andare il bisogno stesso di una risposta e scopo immediati, di risultati ed appagamenti emotivi, perché forse è proprio l’approccio occidentale sbagliato che come una chiave non è capace di aprire la serratura che non conosce. In quel momento mi sono sentito davvero  un principiante che si abbandonava forse per la prima volta alla Pratica dello Yoga.

faccio yoga perchéBenediciamo quindi i momenti in cui ci sentiamo principianti, in cui abbiamo difficoltà a fare una posizione perché stare nell’attrito permette di smantellare lentamente l’identificazione dell’Ego con le nostre vittorie/sconfitte e tutta la logica e i condizionamenti assunti in numerosi anni di indottrinamento. Stare in quest’attrito permette di rimettere in discussione ciò che crediamo di essere, permette di chiedersi “chi siamo” in un senso più profondo del termine e se il nostro valore dipenda davvero da “ciò che riusciamo a fare” permettendoci forse un clik interiore verso una maggiore libertà sganciandoci da schemi mentali che causano solo dolore.

Benediciamo i momenti in cui senza aspettative permettiamo al nuovo di sorprenderci. Ci auguriamo di mantenere viva sempre la curiosità di vivere ogni istante con tutto quello che si porta appresso, la curiosità di osservarci vivere, anche di fronte alle avversità, la curiosità di vedere come ci comporteremo, non dando la nostra reazione per scontata e senza l’illusione di saper già come sarà il finale del film ma gustando appieno ogni minuto di “pellicola”. Ci auguriamo anche di mantenere viva la capacità di farsi due sane risate della nostra goffaggine, perché è tanta e facciamo davvero ridere.

Siamo convinti dentro di noi che non vada bene questo o che invece vada bene quello, ma torniamo di nuovo nel giudizio. Ve ne rendete conto? Ogni volta che pensiamo che questo va bene e questo va male siamo di nuovo nel giudizio. Proviamo invece a rompere questi schemi e dirci che va bene sentirsi goffi, va bene sentirsi incapaci, va bene anche essere arrabbiati o annoiati. Osserviamo quello che accade in noi senza giudizio, senza darci sempre e per forza la pagella. Osserviamoci durante la sessione Yoga e proviamo, se siamo curiosi, a portare questo meccanismo fuori, nella vita di tutti i giorni per vedere cosa accade.

E se comunque non riusciremo a sostenere una lezione o un corso yoga, va bene comunque.

Accettiamoci così come siamo che siamo perfetti esattamente così come siamo.

Nessuno vi darà un 5 in pagella, nessuno chiamerà i vostri genitori ad udienza, nessuno vi dirà quel che è meglio fare per voi. Per una volta nella vita siate liberi dal giudicarvi sempre e costantemente, non dovete nascondere la frustrazione per aver percepito questo o quello come sconfitta perché non è una sconfitta.

Forse non esistono nemmeno le sconfitte. Esistono solo nelle nostre menti.

Dove sta scritto che dovete fare per forza un corso yoga? Chiedetevelo onestamente, magari cambiate idea…

 

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Surya Namaskar – Saluto al sole

Surya Namaskara, ovvero il saluto al sole, è una serie di āsana di Hatha Yoga. Deriva dal sanscrito “surya” che significa “sole”, e “namaskara” che significa “saluto”.

 

La serie di āsana veniva eseguita solitamente al sorgere del sole mentre oggi viene praticata anche a differenti orari della giornata. Non è raro salutare il sole anche al tramonto.

 

Lo scopo di questa sequenza, è inizialmente quello devozionale nei confronti del sole. Il sole (surya) è infatti sin dai tempi antichi identificato come colui che genera la vita con i suoi raggi energetici che fanno fiorire l’uomo e la natura. Ma lo scopo non è solo devozionale e simbolico, ma è anche fisico. Infatti la pratica del saluto al sole ha il compito di sciogliere, allungare e rendere flessibili i muscoli. Inoltre Surya Namaskara massaggia gli organi interni e amplia la respirazione. I maestri yoga consigliano di svolgere sempre un “Saluto al Sole” al mattino e comunque sempre prima di una sessione di Hatha Yoga, in quanto prepara il corpo e la mente alle successive asana.

Si ringrazia per le musiche Andrea Di Terlizzi

Per maggiori informazioni: Inner Innovation Project

 

 

 

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Jhon e lo yoga

 

 

Jhon si arrabbia facilmente.

Non sa perché, ma ci sono degli argomenti che se vengono toccati lo fanno scattare, come una molla.

Jhon comincia a fare un corso di yoga.

Jhon si arrabbia anche a yoga.

Jhon, comunque, persiste.

I primi effetti dello yoga: Jhon impara a osservare e ascoltare il corpo, riconnettendosi ad esso.

Dopo qualche tempo, Jhon si rende conto di come la rabbia lo stia consumando. Collega la rabbia alla sua difficoltà di digerire.

Jhon comincia a chiedersi se e come potersi cambiare.

Jhon capisce di cosa ha bisogno. Ha bisogno di ragionare su cosa lo fa scattare come una molla, ha bisogno di andare a fondo dentro se stesso. Ha anche bisogno di accorgersi prima di arrabbiarsi cosa sta accadendo, perché solo prima dello sfogo può fare la scelta e cambiare la sua reazione.

Jhon, dopo uno sfogo di rabbia lascia il corso yoga e smette di praticare per 4 mesi.

Jhon ricomincia la pratica dello yoga.

osservarsi dentro

Jhon capisce che la sua rabbia è fastidio/intolleranza verso le altre persone. Spesso ciò che fanno gli altri gli provoca nervoso e insofferenza.  Lui non accetta che gli altri non si impegnino come fa lui, non accetta il pressapochismo e il menefreghismo. Lui è preciso. E’ sicuro che avrebbe fatto meglio ogni cosa.

Jhon, comincia a fare yoga quotidianamente, da vero perfezionista.

Jhon comincia ad avere una consapevolezza più ampia, profonda. E’ più presente a se stesso nel corso della giornata.

A Jhon capita un evento strano. Durante uno dei suoi sfoghi di rabbia si “vede” dall’esterno. Si accorge durante lo sfogo che è nell’emozione-rabbia. Tuttavia non riesce ancora a fermarla ma assiste come spettatore a se stesso.

Jhon inserisce nella sua pratica quotidiana la meditazione.

Jhon attraverso lo yoga e la meditazione aumenta la sua presenza mentale.

Jhon impara ad osservare i suoi pensieri. meditazione yoga trento

Jhon impara ad osservare le sue emozioni.

Jhon sta imparando sempre più ad essere “osservatore” di se stesso.

Jhon si ritrova in alcuni eventi che lo fanno arrabbiare moltissimo. In uno dei suoi sfoghi di rabbia dice cose non avrebbe dovuto dire ad una persona ferendola profondamente. Jhon sente come se stesse facendo dei passi indietro.

Jhon si ritrova ad essere incostante nella sua Pratica quotidiana e smette di Praticare.

Jhon si vede debole, e non accetta di esserlo.

Jhon si vede imperfetto, e non accetta di esserlo.

Jhon ricomincia a Praticare.

Jhon accetta che il percorso di crescita non sia una linea retta.

Jhon si ritrova sempre più spesso nella condizione di “osservatore” durante i suoi sfoghi di rabbia.

Jhon va più a fondo. Si chiede perché ha questa mania di perfezionismo. La mania di perfezionismo è legata al suo bisogno di eccellere. Il suo bisogno di eccellere è legato alla sua paura di non valere abbastanza.

Jhon vive dei momenti di grande pace durante la meditazione. Durante lo yoga invece è sempre più connesso al corpo, vivendo consapevolmente anche più sottili modificazioni, che siano fisiche emotive o mentali.

Jhon vive un evento speciale. Jhon si accorge della modificazione emotivo-mentale che sta avvenendo dentro di lui proprio nell’istante prima di sfociare nella rabbia. Nel momento in cui ne è diventato consapevole si disidentifica e la rabbia scompare.

Jhon capisce che la paura di non valere è la paura di non essere accettato dagli altri e di conseguenza è la paura di non essere amato.

Jhon lentamente comincia ad amare anche questa sua parte più fragile che ha paura.

Jhon riesce a vedere sempre più spesso come uno spettatore il suo Ego mentre ha paura o viene ferito dagli altri. Impara così a non reagire meccanicamente. Può scegliere.

Jhon accetta di poter sbagliare e di essere imperfetto.

Jhon accetta l’imperfezione anche negli altri.

Jhon si arrabbia sempre meno frequentemente.

stupore yoga trento

Jhon si ritrova sempre più spesso consapevole e nella condizione di poter scegliere se lasciarsi andare alla rabbia e viversi l’emozione o aprire la mano e farla scivolare via.

Jhon smette di rifiutare la rabbia come emozione.

D’un tratto Jhon realizza che è da un po’ che non ha più problemi di digestione.

Jhon incontra una persona che si arrabbia facilmente che gli chiede alcuni consigli.

Jhon capisce che è giunto il momento di restituire al mondo quanto ha imparato.

 

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Presenza Mentale e Yoga

presenza mentaleLavorando sulla Presenza mentale alcune domande scompaiono.

Come le forme di controllo sul futuro.

“Cosa accade se…”

“…e se succede così come fare a…”

Il colmo è che scompaiono senza che ce ne accorgiamo.

Il cambiamento accade lentamente, giorno dopo giorno, così che d’improvviso, qualcuno ci sveglia chiedendoci…

… proprio quella domanda che abbiamo smesso di porci.

“cosa fai se…”

Ed è lì che rischi di chiederti addirittura cosa c’è che non va in te, come mai non ti sei fatto questo pensiero? Com’è che non ci avevi pensato? Sei diventato d’un tratto uno sprovveduto?

Ekchart Tolle (e non solo lui, ma ultimamente sta battendo molto su questo punto) dice che la presenza mentale è fondamentale, che la vita si svolge nel Qui ed Ora.

Si svolge adesso.

Ora, in questo momento.

Proprio mentre sto battendo i tasti sulla tastiera e sto scrivendo questa frase.

Proprio mentre voi la state leggendo.

La domanda che possiamo farci nel momento presente è:”Come sto ora?”

Chiedersi “Come starò domani?”  ha senso?

Non è forse come chiedersi “Cosa leggerò nella prossima pagina di questo avvincente romanzo?”

Immaginate di guardare un meraviglioso e avvincente film.

cinemaDubito che possa esserci spazio durante la visione del film per discussioni sul finale o su cosa è accaduto nei minuti precedenti. Semplicemente perché mentre vi chiedete queste cose il film continua e vi perdete le battute.

Ora immaginate di essere in due. Vi sarà senz’altro già capitato. Immaginate che quest’altra persona continui ininterrottamente a disturbarvi durante tutto il film, con considerazioni su quello che è accaduto prima, ipotesi su quello che accadrà dopo…

…resistete forse 10 minuti, poi ,probabilmente identificati in uno sfogo di rabbia, rischiate di rispondergli male.

Ebbene la situazione non è diversa.

Il film è il momento presente, il Qui ed Ora.

E l’altra persona è la vostra stessa mente che continua a pensare in modo meccanico, un flusso ininterrotto di considerazioni, pensieri, preoccupazioni, ipotesi, ricostruzioni di scene passate, tuffi nella memoria o in sogni ad occhi aperti…

…e vi perdete il film senza nemmeno accorgervene.

E’ importante restare ben ancorati al momento presente.

Dove siete?

Presenza mentale.

La domanda non viene formulata né voi risponderete col pensiero.

Semplicemente rimanendo nel Qui ed Ora prendete consapevolezza di dove siete.

Con chi siete?

Cosa state facendo?

Perché lo state facendo?

Come vi sentite ora?

Queste non sono domande ma prese di coscienza, istantanee realizzazioni nel momento presente.

Ricolleghiamoci.

Basta un respiro, un respiro consapevole e perfettamente presente. Ogni centimetro della vostra pelle è attenta, ogni suono, persino i più lontani vi attraversano. Non c’è giudizio, né voglia di interpretare ciò che arriva nei sensi, ma solo il desiderio bruciante, infuocato di essere nel corpo, essere qui, ora, adesso, con tutti voi stessi.

Come vi sentite, ora?

present moment

 

 

 

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Emozioni e pranayama

emozioni e pranayama - Arjavam Yoga TrentoLa relazione tra le nostre emozioni e il nostro respiro è molto profonda.
Le emozioni cambiano il nostro modo di respirare e viceversa, anche il nostro modo di respirare influenza il nostro stato emotivo.
Ciò che stupisce quindi non è tanto notare come l’ansia ad esempio renda il respiro alto, corto e veloce, ma come respirando consapevolmente in modo profondo e lento possiamo calmare uno stato di agitazione.
Lo Yoga in questo è Maestro.
Allenando la Presenza mentale e la Consapevolezza nel Respiro il Pranayama può essere una risposta allo stress di una vita sempre più frenetica.
Serve tempo però.
Come per ogni cosa, occorre il giusto allenamento e sacrificio per vedere i primi risultati.

 

 

 

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Perché praticare Yoga?

“Perché praticare lo Yoga?”

“Cosa cerchi nello Yoga? e perché?”

Questa è una buona domanda.

Una domanda tra il resto che non ha sempre la stessa risposta.

Praticare lo Yoga non sempre ha un perché, né deve per forza averlo.

Durante questo cammino è come se avessi attraversato diversi “momenti”, e in ogni momento la motivazione che mi spingeva a Praticare era diversa. Cercavo cose diverse. E sicuramente la mia risposta oggi cambierà in un domani.

“Perché praticare Yoga?”

Questa domanda me la sono posta tante volte.

Esiste un fine dello Yoga? Un’intenzione?

Le cose che cercavo le ho poi trovate??

Mai mentre le cercavo.

E’ come una persona che va a cercare funghi, e si concentra sui finferli, perché vuole quelli.perché praticare Yoga, Yoga Trento Arjavam

Innanzitutto bisogna vedere se li cerca almeno in un bosco, nel posto dove loro crescono, dove è più probabile trovarli. Perché noi diamo la cosa per scontata, ma se applichiamo questo esempio al mondo dello Yoga è facile trovare gente che cerca finferli in statale.

Inoltre mentre cerca i finferli, tutto attento e focalizzato per ogni cosa gialla che si nasconde nel sottobosco, sicuramente tenderà a non accorgersi dei magnifici porcini anche se ci passa a meno di un metro di distanza.

Probabilmente non si accorgerà nemmeno del capriolo vicino al cespuglio più avanti, o dell’effetto meraviglioso dei raggi del sole che passano attraverso i rami, o del profumo di qualche ciclamino che fa capolino vicino al ruscello.

La domanda allora è:”Ma perché ci concentriamo tanto sui finferli?”

“Chi ce li ha messi in testa?”

E soprattutto:” Quale parte di noi li desidera e a quale scopo?”

Ecco allora che forse, dico forse, non sono nemmeno così importanti i finferli.

Magari è più istruttivo passeggiare nel bosco, con gli occhi ben aperti.

Magari non è nemmeno saggio cercare qualcosa di preciso, ma semplicemente lasciare la mente a casa, e portarsi appresso solo i nostri sensi e la nostra curiosità.

E chissà, forse proprio quando non cercherete i finferli ma starete assaporando l’odore del meraviglioso bosco nel quale vi troverete, aprendo gli occhi, ne vedrete finalmente qualcuno…

 

 

 

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La verità selvaggia

La verità selvaggia

di Jeff Foster

 

“Ho visto accadere miracoli, quando le persone han detto semplicemente la verità.

Non la “bella” verità.
Non è la verità che cerca di compiacere o confortare.
Ma la verità selvaggia. La verità selvaggia.
La scomoda verità.
La verità tantrica. La “cazzo di verità”.

La verità che hai paura di dire.
L’orribile verità su di te
che ti nascondi per “proteggere” gli altri.
Per evitare di essere “troppo”.
Per evitare di essere vergognoso e rifiutato.
Per evitare di essere visto.

La verità dei tuoi sentimenti più profondi:
La rabbia che hai nascosto, controllando, congelando gli orrori di cui non vuoi parlare.
Gli impulsi sessuali che hai cercato di intorpidire.
I desideri primitivi che non puoi sopportare di articolare.

Alla fine, le difese si rompono,
e questo materiale “non sicuro” emerge
dal profondo dell’inconscio.
Non puoi più trattenerlo.
L’immagine del “bravo ragazzo” o “bella ragazza” evapora.
Il “perfetto”, il “colui che ha capito tutto”,
L’ lo ‘evoluto’, queste immagini bruciano.

Tu tremi, sudi, ti avvicini al vomito,
pensi di poter morire facendolo,
ma alla fine tu dici la fottuta verità,
la verità di cui ti vergogni profondamente.

Non la verità astratta. Non la verità “spirituale”.
Non una verità formulata con cura, progettata per prevenire l’offesa.
Non una verità ben confezionata.
Ma una verità umana disordinata, infuocata e sciatta.
Una sanguinaria, passionale, provocante, sensuale,
verità mortale selvaggia e non decantata.
Una verità traballante, appiccicosa, sudata e vulnerabile.

La verità di come ti senti.
La verità che consente a un’altra persona di vederti grezza.
La verità che fa sussultare.
La verità che fa battere il tuo cuore.

Questa è la verità che ti renderà libero.

Ho visto scomparire le depressioni croniche e le ansie che durano da tutta la vita da un giorno all’altro.
Ho visto evaporare profondamente i traumi incorporati.
Ho visto la fibromialgia, emicranie, stanchezza cronica, mal di schiena insopportabile, tensione corporea, disturbi allo stomaco, svanire, non tornare mai più.

Naturalmente, gli “effetti collaterali” della verità non sono sempre così drammatici.
E non entriamo nella nostra verità con un risultato in mente.
Ma pensa alle enormi quantità di energia che costa
reprimere la nostra natura selvaggia degli animali,
intorpidire la nostra natura selvaggia,
reprimere la nostra rabbia, le lacrime e il terrore,
sostenere un’immagine falsa e fingere di essere ‘ok’.
Pensa a tutta la tensione che tratteniamo nel corpo,
e il danno che fa al nostro sistema immunitario,
quando viviamo nella paura di “uscire”.

Corri il rischio di dire la tua verità.
La verità che hai paura di dire.
La verità che temi farà girare il mondo.
Trova una persona sicura – un amico, un terapeuta, un consulente, te stesso –
e lasciati entrare. Lascia che ti tengano quando ti abbatti.
Lascia che ti amino
mentre piangi, ti arrabbi, tremi di paura,
e generalmente fai un casino.

Dì la tua fottuta verità a qualcuno – potrebbe solo salvarti la vita, guarirti dal profondo e connetterti con l’umanità in modi che non avresti mai immaginato.”

 

Yoga e Verità

 

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Yoga Fit Trento – Yang Yoga

Yoga Fit Trento – Yang Yoga

Yoga Fit Trento è un corso di Yang Yoga, ossia uno stile di yoga dinamico ed energizzante, volto all’attivazione e al riequilibrio energetico della persona sia per la parte fisica che per quella emotiva e mentale. Sebbene le tecniche (asana) che si propongono derivino prevalentemente dall’Hatha Yoga verranno proposte anche alcune sequenze in Vinyasa dove verrà dato maggior rilievo all’utilizzo del respiro. E’ proprio un respiro intenso e consapevole che guida la transizione Vinyasa da una posizione all’altra ossigenando ogni cellula di ogni tessuto in modo profondo durante il movimento muscolare stesso. Per chiarezza: non è lo YogaFit® nato a Los Angeles negli anni ’90 anche se in parte può assomigliare. L’Hatha Yoga è costituito da un complesso di esercizi fisico-ginnici, o asana, e da esercizi di controllo della respirazione (più propriamente del prâna, «soffio vitale»), o pranayama, perfezionati nel corso dei secoli da generazioni di yogin. La pratica dello hatha-yoga tende al raggiungimento dell’equilibrio psico-fisico, di una maggiore consapevolezza dei nostri processi vitali, fisiologici e, più in generale, del nostro corpo in ogni sua parte. Come raggiungiamo tale equilibrio e tale consapevolezza? Con la pratica costante e regolare. Se analizziamo infatti il significato del termine hatha, scopriremo che esso indica appunto «sforzo», «ostinazione», «pertinacia».Yoga Fit Trento La pratica riveste quindi un’importanza fondamentale, andando a modificare lo stato mentale e fisico. Ecco alcuni dei più evidenti benefici:

  • miglioramento generale nello stato di salute;
  • maggiore calma e capacità di concentrazione;
  • tonificazione muscolare e miglioramento della mobilità articolare;
  • regolarizzazione del peso corporeo;
  • maggiore vitalità anche in età avanzata.

Il Vinyasa è invece una forma di yoga dinamico che, anziché far eseguire le posizioni in una semplice successione, le collega in un flusso. Le transizioni del vinyasa sono movimenti precisi che chiudono e aprono le asana in modo appropriato e con estrema attenzione, per condurre lo studente da una posizione all’altra in sicurezza e in modo coordinato con il proprio respiro.

Struttura della lezione di Yoga Fit
  • presa di consapevolezza del proprio corpo (propriocezione), meditazione/pranayama
  • riscaldamento
  • tecniche di Hatha Yoga e Vinyasa in piedi e a terra
  • rilassamento finale
 
 

Ciò che ci si può aspettare dal corso Yoga Fit

Le asana vengono introdotte agli allievi lentamente e per gradi.  Dopo un primo periodo in cui si approfondiscono le varie posizioni e gli allineamenti (anche questi trasmessi un po’ per volta e per importanza) verrà dato più spazio al flusso (Vinyasa Flow) e al lavoro di attivazione energetica muscolare.  Verranno proposte nella seconda metà dell’anno anche alcune asana di forza (arm balancing poses) conosciute ai più grazie al Power Yoga ma derivanti da ben più antiche origini, attraverso cui gli allievi potranno cimentarsi con delle posizioni sfidanti ricordando sempre però che non ci dovrebbe interessare la prestazione bensì l’osservazione del nostro stato interno durante il processo di apprendimento volto ad un percorso autoconoscitivo delle nostre reazioni emotive meccaniche.  

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Le origini dello Yoga

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Yoga Sutra

 

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Il grande sigillo

I consigli di Tilopa su:

“Il Grande Sigillo”

[Mahamudra]

 

Il Grande Sigillo non può essere insegnato, ma tu, benedetto, intelligente Naropa, che affrontando le difficili prove sei paziente nella sofferenza grazie alla devozione verso il maestro, accogli nel cuore queste parole.

Lo spazio si appoggia forse su qualcosa? Similmente, il Grande Sigillo non ha nulla su cui appoggiarsi.
Rimani rilassato nello stato naturale inalterato.
Se si rilasciano i legami senza dubbio si è liberi.

Quando si osserva il centro dello spazio si cessa di vedere tutto il resto.
Similmente, se si osserva la coscienza, le forme di pensiero si dissolvono e si consegue il sommo risveglio.

I banchi di nebbia si dissolvono nello spazio senza andare altrove né rimanere da qualche parte.
Similmente, le forme di pensiero scaturiscono dalla coscienza, ma quando si ha la visione della propria coscienza l’onda delle immagini mentali si dissolve.

La vera natura dello spazio non ha né colore né forma e non è condizionata né dal bianco né dal nero.
Similmente, l’essenza della propria coscienza non ha né colore né forma e non è condizionata né dalla virtù né dal vizio.

Tilopa - Arjavam Yoga TrentoIl cuore del sole chiaro e limpido non può essere oscurato dal buio delle ere cosmiche.
Similmente, la chiara luce che è l’essenza della propria coscienza non può essere oscurata dal ciclo delle ere cosmiche.

Si definisce “vuoto” lo spazio, ma lo spazio è indicibile.
Similmente, la propria coscienza è detta “chiara luce”, tuttavia in essa non c’è nulla che possa essere definito dicendo “è così”.

Dunque, la vera natura della coscienza è sin dal principio come lo spazio, e non c’è nulla che non confluisca lì.

Smetti di fare qualunque movimento fisico e rimani tranquillo nello stato naturale.
Non hai nulla da dire, i suoni sono vuoti come l’eco.
Non hai nulla a cui pensare, contempla ciò che trascende la mente.

Il corpo umano come una canna di bambù, la coscienza al di là dei pensieri come il centro dello spazio: rilàsciati in questo stato senza perdere la consapevolezza né trattenere nulla in mente.

La coscienza senza punti di riferimento è il Grande Sigillo.
Prendendo dimestichezza con questo stato si ottiene il Sommo Risveglio.

La visione del grande Sigillo, che è chiara luce, non può essere conseguita attenendosi alle esposizioni dogmatiche e alle scritture proprie sia del sistema exoterico: sutra (insegnamenti), vinaya (regole), abhidharma (filosofia), paramita (perfezioni) sia di quello esoterico: tantra.
Infatti la visione della chiara luce è ostacolata dal dogmatismo.

L’osservanza dogmatica dei precetti equivale a non mantenere il vero impegno.
Non avere fissazioni à libertà dal dogmatismo.
Il pensiero è come l’onda che si alza e ritorna naturalmente.
Se non si possiede la consapevolezza del valore autentico, al di là delle idee fisse e comportamenti rigidi, l’impegno spirituale è mantenuto come una lampada che elimina l’oscurità.

Quando si è liberi dal dogmatismo, perché non ci si fissa più su una conclusione, si consegue la visione del vero significato di tutti gli insegnamenti.
Se si penetra questa verità ci si libera dalla gabbia del divenire. Se si contempla questa verità si brucia tutto ciò che oscura e causa sofferenza.
Chi così realizza è detto “lampada dell’insegnamento”.

Gli sciocchi che non stimano questa verità finiscono per lasciarsi trascinare dalla corrente del divenire. Poveri sciocchi che devono sopportare questa insopportabile sofferenza!
Se essi desiderano porvi fine devono seguire una guida esperta e far discendere nel proprio cuore l’energia spirituale, così la loro coscienza sarà libera.

Oh, vivere condizionati dal divenire non ha senso e causa sofferenza. L’azione mondana è senza valore, perciò si consideri cos’ha valore e senso.

Il supremo modo di vedere è trascendere soggetto e oggetto.
La suprema meditazione è non essere distratti.
La suprema condotta è assenza di sforzo.
La realizzazione della mèta è non avere né speranza né timore.

La vera natura della coscienza è chiarezza al di là delle immagini.
La mèta della via degli esseri risvegliati è conseguita senza una via da percorrere.
Il sommo risveglio è realizzato senza qualcosa da praticare.

Oh, considera bene l’esistenza mondana. Essa è transitoria, come un’illusione e un sogno non è qualcosa di reale. Perciò pentiti e lascia l’azione mondana.
Taglia completamente i legami affettivi con il tuo seguito ed il tuo Paese. Medita da solo in un eremo di montagna o nella foresta.

Rimani nello stato in cui non c’è nulla da meditare.
Quando otterrai ciò che non è da ottenere, allora otterrai il Grande Sigillo.

Dal tronco di un grande albero si sviluppano rami e foglie, però se lo si taglia di netto alla base tutti i rami seccano.
In modo simile, quando si recide la mente alla base seccano le foglie e i rami del divenire.

L’oscurità accumulata durante le ere cosmiche è cancellata da una lampada.
Similmente, l’unica chiara luce della propria coscienza dissipa gli oscuri ostacoli dell’ignoranza accumulati durante le ere cosmiche.

Oh, tramite l’intelletto non si ha visione di ciò che lo trascende; tramite l’azione non si comprende ciò che la trascende.

Se desideri attingere ciò che trascende l’intelletto e l’azione, recidi la tua mente alla base e lascia la consapevolezza nuda.
Lascia che l’impura acqua dei pensieri si schiarisca.
Lascia la realtà fenomenica così com’è, senza affermare né negare.

Quando non c’è più attaccamento né rifiuto, si comprende che l’esistenza è il Grande Sigillo.

La base di tutto non è nata, perciò è libera dal condizionamento delle tracce psicologiche.
Rimani nell’essenza non nata, senza orgoglio e calcolo.
Lascia che i fenomeni appaiano naturalmente e le immagini mentali si dissolvano.

Il supremo modo di vedere è la completa libertà dal dogmatismo.
La suprema meditazione è la vasta profondità senza confini.
La suprema condotta è la rottura dei limiti.
La suprema mèta è lo stato naturale senza più aspettative.

La mente del principiante all’inizio è come una cascata, poi diventa come il fiume Gange che scorre tranquillo, infine è come il confluire dei fiumi nell’oceano, quando madre e figlio si incontrano.

Se si è dotati di capacità inferiori, non essendo in grado di rimanere nello stato naturale grazie alle istruzioni precedenti, occorre mantenere la pura consapevolezza attraverso il controllo della respirazione. Inoltre, tramite la fissazione dello sguardo si può concentrare la mente in vario modo, finché non si riesce a rimanere in uno stato di pura consapevolezza.

Se ci si affida al “sigillo dell’azione” si può sperimentare il sentire non duale del piacere e del vuoto: quando la sacra energia del metodo e dell’intuizione è armonizzata, va fatta scendere lentamente, poi deve essere trattenuta, tirata indietro, ricondotta alla fonte ed espansa in tutto il corpo.
In questo momento, se non c’è più desiderio, sorge il sentire non duale del piacere e del vuoto.

Chi pratica in questo modo avrà vita lunga senza capelli bianchi e crescerà come la luna; avrà un aspetto luminoso e la forza del leone; otterrà velocemente i poteri ordinari e rimarrà assorbito nel sommo risveglio.

Questa istruzione personale sull’essenza del Grande Sigillo possa rimanere nel cuore degli esseri destinati a riceverla.

 

 

 

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